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È disponibile da poco, sul sito www.lev02.altervista.org, “Hanno ucciso Ulrike Meinhof“, il primo album dei Lev, gruppo che vi ricorderà sicuramente qualcosa.
L’album, interamente autoprodotto, oltre a qualche canzone già nota grazie alle loro prime demo, include anche pezzi inediti, noti solo a chi li ha ascoltati dal vivo (secondo quanto mi risulta). Il tutto è liberamente scaricabile in formato MP3, o acquistabile su un opportuno supporto. Rimando al sito per ogni informazione.
Buon ascolto.
Post Scriptum del 7 luglio 2008: riporto di seguito e integralmente la mia recensione della prima demo dei Lev. La scrissi e la pubblicai sul forum del Night Sun Network il 24 aprile 2004, e ora è a disposizione degli utenti di questo sito, affinché possano farsi un’idea del gruppo prima di ascoltare il loro album (nonostante “La rapsodia del commercio bianco”) e notino quanto acerbi e inesperti si possa essere qualche tempo dopo aver conseguito la maggiore età.
Buona lettura.
LEV
(Autoprodotto, 2003)
La carriera, se così si può chiamare adesso, di questo gruppo inizia quando i nostri eroi frequentano l’ultimo anno al Liceo Scientifico “Elio Vittorini” di Napoli. Il gruppo allora formatosi si chiamava “The Lazy Sods” e faceva cover di Ramones, Sex Pistols e Clash. Non a caso, il nome “Lazy Sods” era una citazione della canzone “Seventeen” dei Sex Pistols. I tre protagonisti di questa storia, il chitarrista Mauro Sommella, il bassista Salvatore Prinzi e il batterista Claudio Mirone, tre compagni di classe, assieme al cantante Gigi Picazio, di un anno più giovane, incisero la loro demo, il cui titolo, “At Least Not The Last, Here For You The Lazy Sods“, manco a dirlo, rimandava al celeberrimo album del 1977 “Never Mind The Bollocks, Here’s The Sex Pistols”, consigliatissimo. La demo, con una confezione poco più che minimale (qualche foto sul booklet, stampato solo all’esterno, e i titoli sul retro), non aveva un audio buonissimo, ma non importava. Gli intenti del gruppo non erano gli stessi di ora, almeno pare. Ma andiamo con calma. La demo conteneva cover dei gruppi punk anni ‘70 sopra citati, più alcune composizioni strumentali del gruppo, un riarrangiamento per due chitarre di “Regression” dei Dream Theater, con Claudio alla chitarra, e una cover di “Giro giro tondo”, di kubrickiana memoria. Fu registrata su MiniDisc e poi diffusa su CD, data ad amici, venduta ad altre persone (si dice sia arrivata persino in Basilicata).
Poi, la maturità , la deboscia per un po’ di tempo e la formazione di un nuovo gruppo, stavolta senza il Picazio: i Lev. Il nome è lo stesso di quello di Lev Trockij, il celebre tennista portoghese che ebbe tempo di brevettare le prime tempere a base di sperma di bue (sì, lo so, ma siamo in regime: non spaventiamo nessuno!). Stavolta a cantare è il Sommella, che suona la chitarra, compone i motivi su cui il resto del gruppo mette la sua parte e, siccome ha molto tempo a disposizione, scrive anche i testi. Prinzi, tecnicamente, sembra essere molto migliorato sul basso. Mirone, che suona la chitarra, compone e canta nei Gecko’s Tear, gruppo ispirato a Zappa, è abbastanza comico dietro la batteria, ma non per come suona. Ad accompagnare i tre c’è Simone Picardi, un loro ex-compagno di classe del liceo che suona lo djembé.
La musica, come diceva un volantino che pubblicizzava un loro concerto in un celebre locale di Napoli, si pone “tra il peggior Battiato e i migliori Clash”. Non c’è, secondo me, modo migliore per definire il loro tappeto musicale, che accompagna testi strutturati come zapping forsennati su televisori che sanno mostrare solo sensazionalismo a buon mercato e bare che puzzano di petrolio. L’indie rock che ne ha abbastanza dei borghesi e delle guerre fatte “per scelta e non per necessità ”, volendo citare Steven Spielberg, l’hacker famoso per essere penetrato nel sito gay gestito da Gianni De Michelis (sì, lo so, non lo sa nessuno, ma forse gli fa onore), è ora a disposizione di tutti in una demo di due canzoni, “Bombe su Kabul” e “WWW (What a Wonderful World)”, recante anche una mappa di Kabul. I toni sono duri, l’attitudine sonicyouthiana al rumore non manca, sebbene lo djembé certe volte sia di troppo (forse proprio perché si sente poco). La quasi cartesiana struttura sonora della registrazione contrasta fortemente con l’esplosione dei concerti, quasi completamente privi di djembé. E forse non è un caso che sia così. Questo comportamento non può che addirsi alla loro coscienza politica. L’attesa è finita. Ne abbiamo un po’ tutti fin sopra i capelli dei manifesti di Forza Italia, della nazione gestita come un’impresa e di tutto il resto. L’opposizione è stanca di farsi sentir dire che mangia ancora bambini. E’ il momento di urlare ai potenti di finirla con queste cazzate. Magari, ruttandogli in faccia.



